Cibo e Dipendenza Psicologica

Cibo e Dipendenza Psicologica

È un effetto che potrebbe essere all’origine della anomala diffusione dell’obesità nelle società occidentali.


Secondo Alexandra DiFeliceantonio del Fralin Biomedical Institute di Roanoke in Virginia “Alcuni cibi andrebbero etichettati tout-court come sostanze che producono dipendenza se utilizzassimo gli stessi criteri che vengono regolarmente impiegati per valutare gli effetti del tabagismo”. Non tutti i cibi che fanno parte della nostra dieta sono sotto accusa. L’attenzione della ricercatrice è indirizzata verso quelli ultra-processati pronti al consumo e quelli ricchi di zuccheri, di amidi e di additivi alimentari. Sono in vendita nei supermarket e si stanno diffondendo nel servizio di ristorazione non tradizionale e nello street food. Si tratta in gran parte di prodotti realizzati dall’industria alimentare e non di quelli che ci possiamo preparare a casa come un piatto di pasta o un arrosto. È un fenomeno che fa parte della progressiva industrializzazione del cibo ampiamente diffuso nei paesi anglosassoni che si sta affermando anche in Europa e intercetta le nuove tendenze del consumo alimentare. La ricerca di Amir Pakpour della School of Health della Jönköping University, Sweden ricorda che il 12% dei bambini e il 15% degli adulti è coinvolto nel fenomeno con una tendenza al rialzo nel corso degli anni.

La relazione fra alcuni tipi di cibo e fenomeni di dipendenza psicologica è una recente linea di ricerca interdisciplinare che si ispira esplicitamente ai modelli di analisi e di indagine utilizzati alla fine del secolo scorso nella lunga campagna contro il fumo che hanno contribuito alla riduzione della diffusione del fenomeno tra le popolazioni dei paesi sviluppati. “Dobbiamo imparare da quella lezione della lotta contro il tabagismo e le multinazionali delle sigarette durata alcuni decenni che ha avuto successo grazie anche alla emanazione di alcune importanti leggi per regolare il fenomeno a livello sociale” commenta Simon Capewell del Department of Public Health, University of Liverpool, UK “E’ stata proibita la pubblicità alle sigarette e si è interdetta la possibilità di fumare nei locali pubblici e privati due provvedimenti che hanno ridotto la diffusione del tabagismo”.

Il parallelismo fra la dipendenza da cibo e quella da fumo nasce dalla constatazione che si tratta di due fenomeni con molte similitudini. Sono entrambi difficilmente controllabili e presentano sintomi analoghi: si caratterizzano per un consumo compulsivo, producono alterazioni temporanee dell’umore per gli effetti che hanno sul cervello, rinforzano la continua reiterazione del loro consumo. Comportamenti che trovano il loro riferimento funzionale nel nucleus accumbens una regione del cervello che gioca un ruolo importante nelle attività di ricompensa e di rinforzo dell’azione dei nostri comportamenti quotidiani. È il principale imputato della nostra dipendenza non solo dal cibo e dal fumo ma dall’alcool, dalla cocaina e altre droghe presenti sul mercato. Cara Ebbeling della Harvard Medical School di Boston ha studiato a fondo il rapporto di dipendenza del cibo. “Un prolungato consumo di cibi ultra-processati e ricchi di carboidrati semplici come gli zuccheri e l’amido induce nei soggetti un comportamento compulsivo che coinvolge la risposta del nucleus accumbens. Se questo modello di alimentazione diventa quotidiano e ripetuto nel tempo questa alterazione del comportamento può diventare una forma di dipendenza” è la conclusione della Ebbeling.

Non esiste attualmente una definizione univoca della dipendenza da cibo ma può essere misurata con uno strumento ideato alla Yale University da Ashley Nicole Gearhardt docente di Psicologia attualmente in carico alla University of Michigan. È un questionario di 25 punti che si è ispirato ad alcuni criteri comunemente utilizzati per valutare il tasso di dipendenza dalle droghe degli individui in analisi clinica. L’uso di questo strumento ha permesso di identificare nei risultati di alcuni studi clinici che riguardavano i cibi ultra-processati i principali indiziati del fenomeno. Spicca il risultato di una ricerca realizzata alcuni anni fa da Kevin Hall del National Institute of Diabetes di Bethesda in Maryland sul rapporto fra consumatori e alimentazione. Due gruppi di partecipanti allo studio si sono alternati a consumare una dieta tradizionale e una composta il larga parte da cibi ultra-processati. In entrambi i casi i partecipanti hanno scelto questi ultimi che ha comportato una assunzione di una media di 400 chilocalorie oltre ai loro reali bisogni di energia. “Sono rimasto sorpreso da questa scelta praticamente unanime dei partecipanti determinata con grande probabilità da un alto gradimento dei sapori espressi dai cibi ultra-processati” è il commento di Hall.

I risultati di molti studi finalizzati alla perdita di peso ricordano che su un periodo di due anni la grande maggioranza dei pazienti recupera il peso precedentemente perduto un evento del tutto simile ai tentativi ciclici di interrompere il consumo di sigarette. Con una importante differenza. La dipendenza da fumo riguarda le persone singole mentre quella da cibo è un fenomeno che coinvolge le tradizioni familiari a volte di più generazioni e complicano il rientro in una normalità alimentare anche per la mancanza di informazioni su modelli alternativi di alimentazione salutare. “Una delle più importanti lezioni apprese dai ricercatori impegnati nello studio di sostanze che creano dipendenza è l’impatto irrilevante degli avvisi sui rischi per la loro salute che corrono i consumatori interessati” commenta Ashley Gearhardt del Department of Psychology, University of Michigan “L’approccio indiretto sull’ambiente è quello che si è rivelato essere più premiante come la tassazione delle bevande zuccherate o il caso del Cile che ha vietato la vendita nelle scuole di prodotti alimentari che non si attengano a stringenti criteri nutrizionali. La protezione dei bambini dovrebbe essere prioritaria sia nelle scuole che nelle famiglie, un obbiettivo complesso da realizzare ma indispensabile in questa fase delicata del loro sviluppo fisico e cognitivo”.

Oltre gli aspetti che sono di competenza delle autorità incaricate della salute pubblica, spetta ai ricercatori lo sviluppo di iniziative che siano in grado di identificare gli specifici componenti di una particolare dieta che contribuiscono allo sviluppo della dipendenza. Ashley Gearhardt mette però in guardia sul ruolo di freno che gioca l’industria alimentare e ricorda che negli Stati Uniti ci sono voluti vent’anni per inserire nelle etichette delle bevande zuccherate alcune semplici informazioni nutrizionali. In Italia l’applicazione della sugar tax viene continuamente rinviata ad anni migliori…Sono entrambi aspetti importanti, ma “Periferici rispetto al cuore duro della questione della cibo-dipendenza” è la conclusione di Gearhardt.