Un Mondo di Plastica

Un Mondo di Plastica

Gli effetti del suo smaltimento sono diventati una seria minaccia per l’ambiente naturale e per la salute umana.


I suoi rifiuti si stanno accumulando nei suoli, negli oceani, nell’atmosfera, dentro i nostri corpi e in quelli degli animali. Nel nuovo secolo si è chiuso un ciclo: è stata individuata la presenza della plastica in tutti gli ecosistemi del pianeta, Antartide, Artide e Himalaya compresi. Siamo entrati nell’era del Plasticene. L’obbiettivo del United Nations Environment Programme lanciato dall’ONU è di stabilizzare e poi di ridurre nel medio termine questo insostenibile livello di inquinamento ambientale.

La plastica questo materiale così versatile usato per la produzione di cosmetici, di utensili da cucina, per il packaging del cibo e come materiale da costruzione è diventata il segno negativo delle nostre società ma i suoi consumi sono in continuo aumento. Per il 2025 è prevista una produzione di 500 milioni di tonnellate per soddisfare la domanda globale dell’industria e di superare ampiamente il miliardo per il 2060. In Europa nel 2022 più del 30% della plastica prodotta è stata riciclata, il 25% interrata nelle discariche e la rimanente bruciata negli inceneritori. Per il 2050 la prospettiva è di incrementare di almeno 15 punti la percentuale di riciclo. Dati significativi ma le quantità che circolano a livello globale sono troppe e la plastica rischia di diventare un fenomeno incontrollabile.

Quella che non viene smaltita è scaricata nei fiumi e infine negli oceani. Si parla di sacchetti, bottiglie, altri oggetti di uso quotidiano, reti e attrezzature da pesca abbandonate dai pescherecci d’alto mare. Nei decenni questi rifiuti hanno formato sei colossali isole di plastica localizzate tra l’Oceano Indiano, il Sud e Nord Atlantico, il Sud Pacifico. La più estesa si trova nell’Oceano Pacifico, la Pacific Trash Vortex che occupa oltre un milione di chilometri quadrati. Nell’insieme si stima che contengano dalle 19 alle 23 mega tonnellate di plastica. Isole della vergogna sono state definite. Sono l’immagine delle dimensioni fuori controllo che ha raggiunto l’inquinamento prodotto da questo materiale.

L’azione chimico fisica dell’acqua e l’energia termica del sole decompongono una parte di questi oggetti in frazioni di dimensioni ridotte: le micro e le nanoplastiche, particelle che misurano dai 5 millimetri a pochi nanometri. Entrano nel ciclo alimentare degli oceani attraverso il placton e per successive predazioni arrivano fino al top della catena alimentare dei grandi mammiferi oceanici e sulle nostre tavole. In trentasette specie di pesci tra i più utilizzati nella nutrizione umana, localizzate fra il Mare Adriatico, il Baltico e la Baia di Tokio, sono state trovate tracce di micro e nanoplastiche nel loro tratto intestinale.

Anche il riciclo produce micro e nanoplastiche. Sono i residui delle lavorazioni meccaniche come l’abrasione, la frizione o metodi equivalenti che vengono utilizzati durante la procedura di riciclaggio per rompere e frantumare gli oggetti di plastica. Con l’acqua di lavaggio vengono scaricati a valle nell’ambiente e finiscono negli oceani. Un fenomeno sottovalutato e finora poco studiato, ma che deve guidare la progettazione di impianti di riciclo di nuova concezione che possano ridurre al minimo questi effetti.

L’utilizzo delle colture batteriche per l’abbattimento della plastica ha vissuto una stagione di grande interesse perché sembrava una strada percorribile ed ecologicamente ‘pulita’. Ma finora non ha prodotto risultati apprezzabili sul piano pratico perché si è dimostrata una soluzione con un ciclo operativo troppo lento rispetto ai bisogni. L’interesse per questo tipo di soluzione si è riacceso recentemente con l’utilizzo di enzimi artificiali assemblati con algoritmi di apprendimento automatico. In condizioni di laboratorio, cinquantuno tipi diversi di oggetti prodotti con plastiche PET sono stati degradati completamente in una settima. Una speranza.

Con il movimento delle onde prodotte dal vento, le microparticelle di plastica si trasferiscono dalla superficie degli oceani all’atmosfera poi ritornano al suolo. In un colossale gioco di continui rimandi ritornano nel circuito dell’acqua ed entrano nel ciclo alimentare degli animali a terra compresi gli esseri umani. È un percorso che si ripeterà ciclicamente uguale a sé stesso per centinaia di anni vista la lunga vita media della plastica che è stata valutata in più di sei secoli.

La valutazione del rischio rappresentato dalle micro e nanoplastiche sugli animali e sugli esseri umani realizzata in vivo nelle loro condizioni ambientali di vita, presenta molte difficoltà in particolare per le nanoplastiche date le loro dimensioni. Risultati di rilievo sono stati ottenuti assimilandole ad altri inquinanti solidi e liquidi presenti da tempo nell’ambiente per i quali da anni sono in possesso dei ricercatori i risultati sugli effetti che producono sulla salute umana. Nel 2015 sono decedute 4,2 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, le PM10 e le PM2,5 a cui vanno sommati altri 2,9 milioni di decessi per effetto dell’inquinamento dell’aria negli ambienti domestici. La mortalità per micro e nano particelle di plastica sugli esseri umani è assimilabile a questi indici di pericolosità con alcuni distinguo che devono essere messi in conto per la loro composizione.

La particolare struttura chimica delle superfici delle microplastiche le rende idonee ad assorbire i contaminanti organici presenti nell’ambiente assieme ad alcuni metalli pesanti come il cadmio, lo zinco e il piombo. Possono anche contenere alcuni additivi chimici utilizzati durante la loro produzione. Ceppi di microbi diffusi nell’ambiente sono in grado di colonizzare stabilmente il biofilm che si forma sulla loro superficie, una possibilità molto reale che moltiplica il loro tasso di pericolosità. Questi inquinanti possono essere rilasciati all’interno del corpo umano o dell’animale attraverso ferite superficiali, per inalazione o attraverso l’assunzione di acqua o cibo.

Le nanoplastiche sono potenzialmente più pericolose delle micro. Hanno dimensioni che partono da un millesimo di millimetro e arrivano fino a pochi nanometri un aspetto questo che fa una grande differenza. Sono in grado di penetrare alcune barriere biologiche come le pareti cellulari e muoversi con facilità dentro il corpo degli animali, umani compresi. Sono state rinvenute nel sangue umano, negli alveoli dei polmoni, nell’apparato digestivo, nella placenta e nel latte per i neonati. Una diffusione sorprendente. Purtroppo, lo studio delle nanoplastiche è ostacolato dalle loro dimensioni e dai limiti della strumentazione attualmente a disposizione degli addetti ai lavori, fattori che ne rendono complesso il loro monitoraggio. È in via di realizzazione un progetto per la messa a punto di nuovi protocolli di laboratorio volti a migliorare la capacità di rilevare il grado di tossicità di queste particelle così particolari.

Alcuni studi clinici iniziano a delineare un quadro chiaro degli effetti prodotti dall’inquinamento da poliesteri presenti nelle nanoplastiche. Le cozze prodotte nelle acquacolture arrivano a ridurre la loro crescita fino al 36% per effetto di queste plastiche presenti nell’acqua di coltivazione, un danno economico che può diventare insostenibile per l’industria del settore. I molluschi, in maggioranza i bivalvi, con quasi 18 milioni di tonnellate annue prodotte, rappresentano il secondo gruppo di animali acquatici dopo i pesci per consumo tra ristorazione, mense e famiglie.

Di recente è stato pubblicato un lungo l’elenco degli effetti tossici prodotti dalle nanoplastiche sul sistema riproduttivo di ventisette specie di vertebrati e invertebrati marini e terrestri. Un risultato che attesta la diffusione su larga scala dell’inquinamento prodotto da queste nano particelle, le più pericolose per i loro effetti a livello cellulare. È un panorama non particolarmente rassicurante sul futuro delle specie in elenco perché coinvolge le loro capacità riproduttive che sul lungo periodo potrebbero incidere sulla loro capacità di sopravvivenza.